Un nuovo percorso, tra presenze consuete e altre meno frequenti, è quello che si snoda nell’edizione primaverile di Parmensia 2026.
Fedele al suo intento di valorizzare pittori che hanno segnato il panorama artistico locale tra Otto e Novecento, lo Studio d’Arte Gherardi propone (dall’11 aprile al 9 maggio nella sede di via Sauro, 12/E), anche in questa occasione, una selezione di opere di alcuni dei nomi più rappresentativi del nostro territorio.
Elemento che accomuna vari di essi è il fatto di essere nati nella stessa manciata di anni, tanto che potrebbero essere definiti quelli del 1891 e dintorni, alludendo con quest’ultimo termine al primo decennio del Novecento: sono artisti legati dalla stessa appartenenza generazionale, dalla medesima temperie culturale, dalla partecipazione, per molti di loro, alla dolorosa esperienza bellica, dalla vivace adesione alle mostre promosse nel Ventennio, e, prima ancora, da percorsi formativi simili che ebbero il loro luogo di elezione nel Regio Istituto di Belle Arti di Parma, che dal 1877 aveva preso le funzioni dell’antica Accademia nata sotto il duca Filippo di Borbone.
In questa edizione di Parmensia unico pittore che rappresenta e sintetizza il panorama del secondo Ottocento parmense, o meglio emiliano, è Edoardo Raimondi (Parma 1837-Reggio Emilia 1919), figlio di quel Carlo, suo primo maestro, che tanta parte ebbe nell’attività dello studio incisorio di Paolo Toschi di cui assunse la direzione all’indomani della morte del grande calcografo portandone avanti la grandiosa opera di traduzione a stampa dei cicli correggeschi. Il figlio, che risiedette a Reggio Emilia, si segnalò soprattutto come pittore paesista, vicino alla lezione di Antonio Fontanesi.
Molteplici sono i suoi dipinti che raccontano la vita dei campi, spesso esposti alle varie mostre d’arte delle città italiane di cui fu assiduo frequentatore: mestieri e lavori agresti delle terre padane, ma anche toscane e romane, protagoniste di opere che riscossero sempre ampio successo di pubblico. Datato 1876 e con la segnatura sul telaio «117», il primo dipinto in esame, Contadine che raccolgono erbe, presenta una scena in cui alcune donne chine sono intente a cogliere erbe nei campi; gli alberi, totalmente spogli, scheletrici, che si stagliano su un cielo dalle tinte rosate, collocano la raccolta nella stagione autunnale o invernale. Il soggetto, seppur espresso su una tela di modeste dimensioni (forse il bozzetto?), rievoca Le raccoglitrici di cicoria, inviato all’Esposizione Nazionale di Belle Arti di Napoli del 1877 e presente al n. 774 del relativo catalogo, che peraltro indicava l’indirizzo del pittore in via Sant’Anna, 5 a Parma.





